lunedì 15 ottobre 2012
Metablog
La mia carriera cinematografica ha avuto origine per puro caso: fino al 1920 io ero un chimico e, per dir la verità, per quanto fossi un buon intenditore delle altre forme d’arte, consideravo col massimo disprezzo il cinematografo. Come moltissimi altri non potevo ammettere che la cinematografia fosse un’arte: la consideravo come un surrogato inferiore del teatro. Una tale attitudine non può meravigliare se si considera che razza di ciarpame fosse il film di quell’epoca.
Ma un incontro occasionale con un giovane pittore e teorico del film, Kuleschov, mi dette modo di conoscere le sue idee e modificò radicalmente e totalmente la mia opinione sul cinematografo. Fu da lui che io appresi il significato della parola montaggio, parola che ha
avuto una parte così importante nello sviluppo della nostra arte cinematografica. In sostanza egli diceva questo: in ogni arte ci deve essere anzitutto un materiale e poi un metodo di elaborazione di esso, un metodo tipico di quella specifica arte. Il musicista ha per materiale il suono che egli compone nel tempo. Il materiale del pittore sono i colori che egli poi combina nella tela. Il materiale, nell’opera cinematografica, consiste nei singoli pezzi di pellicola impressionata e il metodo di elaborazione e composizione di questo materiale consiste nel congiungerli secondo un ordine creativo. L’arte del film comincia quando il direttore dà un ordine ai diversi pezzi di pellicola impressionata. Il suo unirli in un modo invece che in un altro, secondo un ordine piuttosto che secondo un altro dà risultati diversi.
(Vsevolod I. Pudovkin, Film e fonofilm, fine anni venti)
sabato 13 ottobre 2012
lunedì 1 ottobre 2012
Quel che il cinema deve a Pirandello
Estratto da Eredità contemporanee: il pirandellismo de "La vita che vorrei" di Giuseppe Piccioni, in Aa. Vv. Quel che il cinema deve a Pirandello, Atti del 48 convegno
internazionale di Studi Pirandelliani, (a cura di) E. Lauretta, Metauro,
Agrigento, 2011:
Laura: «Ma quando devi girare una scena in cui devi piangere come fai? Piangi davvero?» Stefano: «No! Non sopporto quelli che piangono davvero. Recitare non ha niente a che fare con il sentimento o con la sincerità»
Scorrendo la filmografia di Giuseppe Piccioni, regista di spicco nel panorama italiano del cinema d'autore contemporaneo, si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad un cantore dell'epoca moderna, fatta di solitudini che difficilmente riescono a comunicare, di uomini e donne in lotta costante con la quotidianità e in cerca di ridefinire se stessi. Decisamente ancorato al presente, il regista/sceneggiatore ha, però, dimostrato una predilezione tutta particolare verso un certo tipo di tematiche e di personaggi che lo avvicinano a Pirandello. Escluderei la diretta e consapevole ascendenza, convenendo piuttosto con Gian Piero Brunetta e la sua teoria dell'onda lunga di Pirandello nel cinema moderno. Ed anzi l'influenza dell'Agrigentino è, a mio avviso, molto più evidente nella filmografia del regista marchigiano che non nei registi della generazione precedente, nell'Antonioni di Professione: reporter (1975), nel Godard di Questa è la mia vita (1962) o nell'Allen de La rosa purpurea del cairo (1985), come altrove è stato più volte sottolineato...
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Laura: «Ma quando devi girare una scena in cui devi piangere come fai? Piangi davvero?» Stefano: «No! Non sopporto quelli che piangono davvero. Recitare non ha niente a che fare con il sentimento o con la sincerità»
Laura: «Si ma se devi piangere...
Io non ci riuscirei mai se non pensassi a qualcosa che
mi è successo. Le poche volte che ho lavorato mi
sembrava di non riuscire a fare certe cose perché
non le avevo vissute!»
Stefano: «Ma scusa se il tuo personaggio deve morire, tu che
fai muori davvero?».
(Da "La vita che vorrei")
Scorrendo la filmografia di Giuseppe Piccioni, regista di spicco nel panorama italiano del cinema d'autore contemporaneo, si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad un cantore dell'epoca moderna, fatta di solitudini che difficilmente riescono a comunicare, di uomini e donne in lotta costante con la quotidianità e in cerca di ridefinire se stessi. Decisamente ancorato al presente, il regista/sceneggiatore ha, però, dimostrato una predilezione tutta particolare verso un certo tipo di tematiche e di personaggi che lo avvicinano a Pirandello. Escluderei la diretta e consapevole ascendenza, convenendo piuttosto con Gian Piero Brunetta e la sua teoria dell'onda lunga di Pirandello nel cinema moderno. Ed anzi l'influenza dell'Agrigentino è, a mio avviso, molto più evidente nella filmografia del regista marchigiano che non nei registi della generazione precedente, nell'Antonioni di Professione: reporter (1975), nel Godard di Questa è la mia vita (1962) o nell'Allen de La rosa purpurea del cairo (1985), come altrove è stato più volte sottolineato...
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Incontri: Pina Bausch e Chantal Akerman
Chantal Akerman regista e artista,conosciuta per il suo stile sperimentale (assenza d'azione, sospensione del movimento, astrazioni temporali), affronta nei suoi film, documentari e videoistallazioni tematiche complesse quali l'identità, la sessualità, la memoria e la politica.
Agli albori del 'metodo' Bausch, lungo cinque settimane la regista belga ha seguito il lavoro di Pina Bausch, da una rappresentazione all'altra e in diversi festival e città. Filmando da vicino i corpi dei danzatori, ha cercato di catturarne tensioni ed emozioni.
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