mercoledì 12 ottobre 2011

Lyda Borrelli - la femme fatale del cinema muto

Il cinematografo dopo i primi passi, saccheggiando tutta l'anticaglia del teatro di prosa, s'impadronì anche dei suoi ruoli antiquati, e si affezionò particolarmente alla “seconda donna”, denominandola “donna fatale” perché si prestava a meraviglia ad appassionare la folla. E ne aggravò i difetti. Le attrici cinematografiche, dal canto loro, calcano ancora più le tinte del personaggio, comportando esso l’esagerazione della femminilità, il fasto delle vesti, l’ostentazione della vanità. Quando sullo schermo si presenta la “donna fatale”, voi la riconoscerete fra cento personaggi, i quali, sol ch'ella si degni di guardarli rimangono fulminati d'amore. Perfino la macchina da presa pare colpita dal suo fascino, tanto s'indugia a presentarcela nei più svariati atteggiamenti. Chi non ricorda quei primi piani in cui gli occhioni a mandorla della diva roteano, si socchiudono, s'illanguidiscono e pare che vogliano calamitarvi il cuore. A.Giovannetti, Figure mute

lunedì 10 ottobre 2011

Dal muto al sonoro

"Ora, dare meccanicamente la parola alla cinematografia non rappresenta mica un rimedio...ogni illusione di realtà sarà perduta:
perché la voce è di un corpo vivo che la emette, e nel film non ci sono i corpi degli attori come a teatro, ma le loro immagini fotografate in movimento;
perché le immagini non parlano: si vedono soltanto; se parlano, la voce viva è in contrasto insanabile con la loro qualità di ombre e turba come una cosa innaturale che scopre e denunzia il meccanismo;
perché le immagini nel film si vedono muovere nei luoghi che il film rappresenta: una casa, un piroscafo, un bosco, una montagna, una vallata, una via, fuori perciò sempre, naturalmente, dalla sala dove il film si è proiettato; mentre la voce suona sempre dentro la sala presente, con un effetto, anche per questo, sgradevolissimo d’irrealtà". L.Pirandello 1929

sabato 8 ottobre 2011

I Taviani andata e ritorno

Giovanna Taviani, figlia di Vittorio, era la bambina che, con la madre e le sorelle, veleggiava verso Malta, per raggiungere il padre in fuga dalle persecuzioni dei Borboni, nel film “Kaos”. La tartana di Figliodoro, un pescatore delle Eolie, sostava per farli riposare a Lipari e permettere ai bambini di scivolare giù dalle bianche discese di pomice. Anni dopo, a capo di una piccola troupe, Giovanna chiede nuovamente a Franco “Figliodoro” di accoglierla sulla stessa barca e di portarla a ripercorrere le soste che la storia del cinema ha fatto alle isole Eolie e le storie, vere, che lì sono accadute, quasi come in un film.
Fughe e Approdi narra perciò della fuga dei cavatori di pomice per difendersi dalla silicosi, ma anche della fuga di Emilio Lussu e Carlo Rosselli dal confino in cui li teneva il regime fascista, dell’approdo degli sposi per conoscere le mogli sposate per procura, di quello dignitoso e disperato di Anna Magnani a Vulcano, per girare con Mieterle, mentre l’uomo della sua vita era nella vicina Stromboli con Ingrid Bergman, dell’approdo e della fuga di Edda Ciano, che durante i giorni del confino visse un tenero amore con un comunista del luogo.
Documentario nel senso puro del termine, fatto di osservazione e di interviste, di paesaggi e di coinvolgimento personale dichiarato ma non insistito, il film si fa vivo e impuro al contatto con gli spezzoni di finzione che lo punteggiano e che sono firmati Rossellini, Antonioni, Taviani, Mieterle, Troisi, Moretti. Non manca, infine, l’omaggio a De Seta e ai film della Panaria, che per primi portarono la macchina da presa sulle isole vulcaniche, e tracciarono –anche a beneficio della Taviani, oggi- il sentiero del documentario in quei luoghi. (Fonte Mymovies.it)



1964