mercoledì 25 dicembre 2013

Antonietta de Lillo-Pranzo di Natale al Mulino del Cinema


Francesco Cordio al Mulino del Cinema


Incontro con Francesco Cordio e proiezione di Inti Illimani: dove cantano le nuvole, al Mulino del Cinema IV. 14 dicembre 2013

lunedì 18 novembre 2013

Mulino del Cinema IV edizione - Rassegna di proiezioni ed incontri con registi



Dopo tre edizioni di successo, il Mulino del cinema torna ad ospitare i migliori registi del cinema italiano contemporaneo. Negli ultimi tre anni ha visto avvicendarsi sul palco del Mulino Pacifico autori del calibro di Mimmo Calopresti, Ugo Gregoretti, Giovanna Taviani, Leonardo Di Costanzo, Marco Bonfanti. Ha inoltre ospitato Francesco Bruni e Pippo Mezzapesa al Cinema Massimo, e Marco Bellocchio, al cinema San Marco. Gli incontri con i registi, a seguito delle proiezioni, sono stati di volta in volta un modo per conoscere gli autori, il loro modo di raccontare la realtà e soprattutto di fare cinema.
Quest'anno l'attenzione è rivolta maggiormente, oltre al documentario, al cinema italiano indipendente, lontano dalle logiche produttive e commerciali. Dall'Italia degli immigrati di oggi alla guerra in Etiopia ai tempi del Fascismo, dall'esperienza dell'esilio italiano degli Inti Illimani ai pranzi di Natale, al cinema che riflette su se stesso: diversi i temi e i modi di affrontare il mestiere di regista.
Si inizia con Antonietta De Lillo e il primo film partecipato prodotto in Italia (2011), realizzato con la Marechiaro Film, “Il pranzo di Natale”: collage di immagini amatoriali e video realizzati da professionisti.
Sarà la volta di Alessandro Rossetto che dopo un'esperienza quasi ventennale nel campo del documentario, presenta il suo primo lungometraggio “Piccola Patria”, fresco di debutto veneziano. Uno scorcio sulla situazione del Nord Est italiano e sui rapporti tra immigrati e locali. Gli fa eco Maura Delpero con la storia di “Nadea e Sveta”, due amiche moldave, un lavoro in Italia, gli affetti lontani, la ricerca di un “posto” nel mondo. “Quando si torna a casa qualcosa nell'anima si mette a posto”, avrebbe risposto Jorge Coulon, protagonista del documentario di Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli: “Inti-Illimani. Dove cantano le nuvole”. Sarà Francesco Cordio a raccontare agli spettatori del Mulino la genesi del documentario, l'esilio italiano (dal 1973 al 1988) conseguente al golpe di Augusto Pinochet, l'impegno civile del gruppo e le emozioni delle loro esibizioni. E proprio dalla musica prende spunto Giuseppe Marco Albano che dopo una serie di cortometraggi di successo (tra cui Stand by me, vincitore del David) presenta il suo primo lungometraggio “Una domenica notte”: un film che riflette proprio sul fare cinema. Il titolo deriva, infatti, dalla canzone omonima di Brunori Sas che cura la colonna sonora.
Sarà poi la volta di Luca Guadagnino che ci racconterà una storia non così lontana, ma subito rimossa dall' “Inconscio italiano”. Un film-saggio che partendo dalla drammatica esperienza dell'occupazione in Etiopia riflette sulle origini stesse dell'identità italiana, tra riflessioni contemporanee e immagini d'archivio.
Infine la IV edizione del Mulino prevede una retrospettiva sul cinema di Bernardo Bertolucci, in occasione dell'uscita del libro “Bertolucci: il cinema, la letteratura, il caso Prima della rivoluzione”. Sarà proprio l'autore del libro Alessandro Marini, professore di letteratura e cinema italiani all'Università di Olomouc (Repubblica Ceca), a concludere la retrospettiva.
Ancora massimo riserbo su un ospite speciale che annunceremo a gennaio...!

Sponsor dell'iniziativa: [archiattack], maffei porte e infissi, magazzini pescatore, verdino immobiliare, texi.




mercoledì 18 settembre 2013

Il primo film senza titoli e sottotitoli (1915)

Da La vita cinematografica, dicembre 1915 in risposta alla richiesta di alcuni compratori di films di aggiungere titoli e sottotitoli al primo film italiano senza: "Non facciamo commenti, perchè dovremmo usare parole riventi contro codesti speculatori incapaci di concepire il bello ed il nuovo: per costoro la cinematografia deve sempre rimanere allo stato primitivo, perchè trattano tuttora il pubblico che frequenta le Sale di proiezione come un branco d’imbecilli e di ignoranti! Qui in Torino, come a Genova, a Spezia, ecc. L’emigrante si è proiettato senza titoli, ed il pubblico ne è rimasto soddisfattissimo, apprezzando l’innovazione; perchè negli altri paesi tale cosa è impossibile?" L’innovazione del film senza titoli e sottotitoli (nel 1915) ebbe invece pieno successo all’estero: “All’Italia spetta l’onore di aver presentato la prima film senza sottotitoli”, scriveva la rivista inglese The bioscope



venerdì 19 luglio 2013

Cinéma d'été - Nouvelle vague e dintorni

Quattro appuntamenti presso il Mulino Pacifico, Via Appio Claudio Benevento.
Inizio proiezione 21.00
Intrattenimento musicale ed aperitivo dalle 19.30


  • 17 luglio Effetto notte di Francois Truffaut
  • 24 luglio Ascensore per il patibolo di Louis Malle
  • 31 luglio Questa è la mia vita di Jean-Luc Godard
  • 7 agosto Hiroshima mon amour di Alain Resnais





giovedì 9 maggio 2013

Impressioni visive: "Romance sentimentale" di Ejsestein/Alexandrov, 1930

domenica 5 maggio 2013

Che cos'è il cinema

"Per l'arte dello schermo non si scrive, in ultima analisi, che sullo schermo, in parole fatte di luce e d'ombra. Il segno grafico, uscendo dalla penna, diventa subito, esso stesso, figura, visione. Far questo non è più, dunque, scrivere, ma dipingere, plasmare, architettare; è far poesia senza parole e musica senza note". G. Campanile Mancini, Lettera aperta al Direttore del Romanzo-Film, Il Romanzo Film, I, n.4, 18 dicembre 1920


mercoledì 1 maggio 2013

Il primo maggio (Dziga Vertov, 1923)

giovedì 18 aprile 2013

"Marinai donne e guai. L'altra Napoli di Francesco Rosi" tratto da Aa.Vv., Quaderni di Cinema Sud, n.2 2012

Marinai donne e guai. L'altra Napoli di Francesco Rosi

  Noi abbiamo il dubbio che tra la Napoli cantata, narrata, rappresentata e voluta dai suoi medesimi abitanti e la vera, 
  vi corra una notevole differenza.[…] la medesima differenza che corre tra un oggetto fotografato e l'oggetto in sé. Domenico Rea, Le due Napoli 

Che sia la Sicilia di Salvatore Giuliano (1962) o la Basilicata di Cristo si è fermato a Eboli (1979) l'intento di Francesco Rosi è stato quello di raccontare attraverso il suo cinema, con un occhio rivolto alla storia ed uno alla letteratura, le brutture e i limiti dell'Italia. Il suo cinema di denuncia, di convinto impegno civile solo raramente ha abbandonato la forte impronta autoriale per sperimentare, ad esempio, i toni leggeri di impianto favolistico in C'era una volta... (1967) o il genere del film-opera in Carmen (1984). Così anche lo sguardo con cui ha guardato alla sua città, fin da La sfida (1958) suo film d'esordio, non smentisce i suoi intenti. Rosi usa quello che Domenico Rea auspicava per la letteratura negli anni '50: uno sguardo partecipe dei drammi e delle caratterizzazioni, anche folkloriche della città, ma sempre reale e realistico. La Napoli di Rosi, còlta nell'evolversi della sua storia cittadina, in Le mani sulla città (1963) e in Diario napoletano (1992) – e non è forse un caso che qui riprenda proprio un titolo del 1971 di Rea – viene rappresentata nella sua verità e nello stesso tempo assurge a metafora di una condizione comune a tutto il Paese, divenendo simbolo del generale fallimento urbanistico, sociale, politico,civile. Eppure anche Rosi ha tentato un'incursione nel territorio dell'altra Napoli, quella di maniera, una città che come ne L'oro di Napoli , il romanzo di Giuseppe Marotta del 1947, sembra recitare se stessa. Lo fa in parte nel segmento all'interno del documentario 12 registi per 12 città, commissionato in occasione del Mondiali di calcio del '90, dove troviamo una Napoli 'illustrata', raccontata attraverso le sue canzoni, le sue superstizioni e le sue maschere, ma soprattutto in un progetto non realizzato, probabilmente di diversi anni prima. Il soggetto titolato appunto Napoli , scritto in collaborazione con Sergio Amidei è conservato alla Biblioteca Mario Gromo del Museodel Cinema di Torino. [...]


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Partecipa alla presentazione del volume alla Libreria del Cinema di Roma, Via dei Fienaroli 31 (Zona Trastevere) il 24 aprile alle 19.00

Metacinema delle origini. "L'illustre attrice Cicala Formica" di Lucio d'Ambra (Italia, 1920)

mercoledì 17 aprile 2013

L'alba della Nazione. Risorgimento e brigantaggio nel cinema italiano

Tratto dal volume L'alba della Nazione. Risorgimento e brigantaggio nel cinema italiano, a cura di Paolo Speranza, Edizioni di Quaderni di Cinema Sud, Avellino, 2013:



«È la razza che l'è balurda» I briganti italiani di Mario Camerini tra epopea risorgimentale e ragioni dei briganti
Il processo di revisione delle vicende risorgimentali iniziato con Senso (1954) di Luchino Visconti viene interrotto, per forza di cose, negli anni a ridosso delle celebrazioni del centenario dell'Unità d'Italia. Il 1961 vede due tra i più importanti registi nostrani mettere le mani sull'argomento in maniera piuttosto ortodossa, nonostante le premesse iniziali: Roberto Rossellini con Vanina Vanini e Viva l'Italia, Mario Camerini con I briganti italiani. Rossellini separa vicende romanzesche e epopea risorgimentale, intrattenimento ed intenti didattico-celebrativi girando due film distinti, Camerini cerca a suo modo di mettere tutto in un film solo. Rossellini vuole smitizzare la figura di Garibaldi presentando un personaggio molto più umano (compresi i reumatismi che lo affliggono) rispetto alla tradizione cinematografica sull'argomento, Camerini si concentra sul fenomeno del brigantaggio che interessò il Sud Italia ma né l'uno né l'altro riescono ad affrancarsi del tutto dai toni trionfalistici e celebrativi. [...] Continua su academia.edu 
e partecipa alla presentazione del libro il 24 aprile alle 19.00 presso la Libreria del Cinema, Roma, Via dei Fienaroli 31

martedì 26 marzo 2013

Vampyr (1932)

"Immaginiamo di essere seduti in una stanza qualunque. A un tratto ci dicono che c'è un cadavere dietro la porta; e subito la stanza si trasforma completamente. Tutto in essa ha cambiato aspetto: la luce, l'atmosfera sono mutate pur essendo fisicamente le stesse. Perché noi siamo cambiati, e gli oggetti sono quali noi li vediamo. Ecco l'effetto che voglio ottenere nel mio film" C.T. Dreyer

giovedì 14 marzo 2013

L'opera di Pirandello nell'ottica dei vari convegni

Il volume raccoglie la storia di 50 anni di convegni del Centro Nazionale di Studi Pirandelliani, raccontati attraverso saggi e testimonianze di quanti ne hanno fatto parte.
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lunedì 11 marzo 2013

Quijote. La terra desolata di Mimmo Paladino


[...] L’operazione di Mimmo Paladino, interessato ad esplorare le possibilità del mezzo cinematografico, si introduce a metà strada tra il “cinema d’avanguardia”, lontanto dalle logiche di mercato del cinema commerciale, e il “cinema d’artista”. Non a caso anche quando cita consapevolmente altri film li sceglie all’interno di un cinema autoriale: evidenti sono i richiami a Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet, 1957) di Ingmar Bergman e al Che cosa sono le nuvole? (episodio del film collettivo Capriccio all’italiana, 1967) di Pier Paolo Pasolini. Il modello principale che Paladino intende seguire è, però, quello di Andrej Tarkvoskij e del cinema come “scultura di luce”. Con l’aiuto di Cesare Accetta, già lighting designer per l’illuminazione delle sue opere artistiche in musei e gallerie e per le scenografie di spettacoli teatrali, Paladino gira il film con la tecnica di ripresa video-digitale nei tre colori primari RGB, in modo da ricreare le profondità e i volumi su un piano bidimensionale. Ne viene fuori un “poema visivo”, come lo ha giustamente definito Enzo Di Martino. Nelle note di regia Paladino ha precisato l’intenzione pittorico-visiva della sua trasposizione: "Ho sempre pensato che un film non si sostituisca alla pittura, non vi si sovrapponga, è semplicemente un’altra cosa. Nello stesso tempo però se guardi nell’obiettivo, nel rettangolo della macchina da presa puoi immaginare che quello sia lo spazio della tela".

Leggi su Cinergie. Il cinema e le altre arti

domenica 10 marzo 2013

Marco Bonfanti presenta L'ultimo pastore a Benevento|Video

Marco Bonfanti presenta L'ultimo pastore | foto





giovedì 7 marzo 2013

L'ultimo pastore (2012) di Marco Bonfanti

Si può documentare la fantasia? Ha forse voluto rispondere a questa domanda Marco Bonfanti, giovane e talentuoso regista, girando L'ultimo pastore. Rivolgendosi solo in parte al genere documentario, Bonfanti ci impone, fin dal principio, il suo sguardo che, manco a dirlo, coincide con quello dei bambini di Milano che non hanno mai visto un pastore. I piccoli fanno ricorso alla propria immaginazione e alle poche notizie in loro possesso per disegnare (non solo letteralmente) questa misteriosa figura. Nelle inquadrature iniziali sembra di trovarsi davanti ad un orco delle favole più che ad un pastore, che ci apre le porte della sua caverna. Bonfanti ci fa seguire i suoi passi, i suoi gesti, indugia su alcuni dettagli lasciando per un po' fuori campo il suo volto fino a farlo presentare al suo pubblico: “Mi chiamo Renato Zucchelli e faccio il pastore”. Inizia da qui la storia dell'ultimo pastore nomade di Milano. Durante un intero anno dalle montagne alle strade cittadine, dall'inizio alla fine della scuola si dipana la storia di questa resistenza della natura contro la città. Zucchelli cita Celentano e la paura che il verde venga soppiantato dal cemento, racconta dell'antica lingua dei pastori, il gaì, ormai parlato da pochissimi, del suo socio Piero Lombardi, inquietante personaggio che parla con un cane immaginario e ci presenta la sua famiglia, una moglie e quattro figli. Ma il film racconta molto di più: l'autenticità di una vita secondo natura di contro all'urbanesimo e al consumismo, il centro cittadino e le periferie degradate, il multiculturalismo e l'integrazione. Bonfanti ha avuto la capacità di raccontare, con la semplice storia di un pastore, Milano e l'Italia, senza mai cadere nella retorica e soprattutto l'ha fatto con delle semplici inquadrature, scegliendo di guardare e di farci guardare determinate cose. Il Cinema, appunto! La musica in funzione narrativa regala dei forti picchi emotivi, che sia Daddy Lollo dei Figli di Madre ignota o che sia Chopin, o ancora le suggestive e splendide composizioni di Danilo Caposeno o Il pastore di nuvole di Luigi Grechi le immagini acquistano una forte valenza simbolica. Finito il film ci resta l'immagine di Renato e Piero, quasi moderni Don Chisciotte e Sancha Pancha, ci restano le 700 pecore che invadono le strade cittadine, ci resta il sogno di un mondo diverso, a cui qualcuno potrà, forse, dare forma.

martedì 5 marzo 2013

Il Cinema per Marguerite Duras

"Faccio film per occupare il tempo. Se avessi il coraggio di non fare niente, non farei niente. È perché non ho il coraggio di non occuparmi di niente che faccio film. Per nessun altro motivo. Questa è la cosa più vera che posso dire su quello che faccio". Marguerite Duras

sabato 2 marzo 2013

Aspettando Marco Bonfanti a Benevento

Ultimo appuntamento della III edizione del Mulino del Cinema. Incontro con Marco Bonfanti, proiezione de L'ultimo pastore. Sabato 9 marzo, Mulino Pacifico 18.30 Marco Bonfanti nasce a Milano il 9 agosto del 1980. Consegue la laurea in Scienze dei Beni Culturali con la tesi dal titolo: “La televisione nel Cinema: da Quinto Potere di Sidney Lumet a Ginger e Fred di Federico Fellini”. Durante il periodo degli studi universitari, lavora a titolo gratuito su alcuni set cinematografici e contemporaneamente frequenta a Milano un laboratorio intensivo di regia teatrale che culmina nel 2007, con la messa in scena de "La Tempesta" di Shakespeare presso il teatro"Spazio No'hma"di Milano. Nel 2008 termina la regia del cortometraggio amatoriale dal titolo “Le Parole di Stockhausen”, costato solamente sei euro. Il piccolo lavoro viene incredibilmente preselezionato al Festival di Cannes. Nello stesso anno lavora presso il "Teatro Franco Parenti" di Milano come relatore culturale nella rassegna "Racconto Italiano", ideata e coordinata da Andrée Ruth Shammah. Nel 2009 scrive e dirige il corto / mediometraggio “Ordalia (dentro di me)”, una piccolissima produzione in digitale inaspettatamente selezionata in oltre cinquanta festival tra nazionali e internazionali, tra i quali gli importanti "Independent Days" in Germania, il “Portobello Film Festival” a Londra e l' "Istanbul International Film Festival" in Turchia. Il piccolo film viene anche trasmesso in televisione e vince undici premi nazionali. Si tratta di una storia semi autobiografica in cui un'adolescente, divorata dai sensi di colpa, si rivolge a Dio per cercare di fermare l'imminente morte di suo padre. Il 1° ottobre 2011, per la realizzazione di una scena del suo lungometraggio d'esordio,"L'Ultimo Pastore", porta un gregge di oltre settecento pecore in Piazza del Duomo a Milano. Una notizia che ha fatto il giro della stampa nazionale e internazionale.

lunedì 18 febbraio 2013

Incontro con Marco Bellocchio | Video

domenica 17 febbraio 2013

Incontro con Marco Bellocchio | foto



 



mercoledì 13 febbraio 2013

Che cos'è il cinema - Andreij Tarkovskij

"Per mezzo del cinema bisogna porre i problemi più complessi del mondo moderno, al livello di quei grandi problemi che nel corso dei secoli sono stati l’oggetto della letteratura, della musica e della pittura. Occorre soltanto cercare, cercare ogni volta da capo, la strada, l’alveo lungo il quale deve muoversi l’arte del cinema. Sono convinto che per chiunque di noi il lavoro concreto nel campo del cinema può rivelarsi un’impresa infruttuosa, e disperata se non comprenderà esattamente e senza equivoci in che cosa consiste la specificità interiore di quest’arte, se non troverà dentro se stessa la sua chiave" A.T.

Singolarità di una ragazza bionda (2009)-Manoel De Oliveira

Le cose non hanno significato, hanno esistenza. Le cose sono l’unico senso occulto delle cose. (F. Pessoa) Singolarità di una ragazza bionda, girato da Manoel De Oliveira all'età di 101 anni.

venerdì 25 gennaio 2013

Retrospettiva sul cinema di Marco Bellocchio (Mulino del Cinema III))

Il 16 febbraio Marco Bellocchio incontrerà il pubblico al Cinema San Marco di Benevento, dove sarà proiettato Bella addormentata (2012). A precedere l'evento una retrospettiva sul suo cinema. La ribellione all'ordine, la lotta contro le istituzioni, i richiami alla letteratura e al teatro, la follia, la verità e il sogno come sfumature di un'unica realtà sono le linee entro cui il suo cinema si muove.Il cinema di Marco Bellocchio presenta una forte coerenza di temi e motivi e nello stesso tempo una varietà di stile di volta in volta diverso.
 31 gennaio Mulino Pacifico 20:00 Sorelle mai (2011)
 2 febbraio Mulino Pacifico 18:00 I pugni in tasca (1965)
7 febbraio Mulino Pacifico Il regista di matrimoni (2006) 16 febbraio Cinema San Marco Bella addormentata (2012)

lunedì 14 gennaio 2013

Leonardo Di Costanzo a Il Mulino del Cinema III








mercoledì 2 gennaio 2013

Charles Dickens sullo schermo

Great Expectations goes to Hollywood. La rilettura di un classico da Lean a Cuarón

Tra gli innumerevoli adattamenti cinematografici di Great expectations, uscito a puntate sull’All the year round tra il 1860 e il 1861, le due versioni di David Lean (1946) e di Alfonso Cuarón (1998) rappresentano, in maniera emblematica, due modi opposti di rileggere un’opera letteraria. La motivazione principale, e forse fin troppo ovvia, è da rintracciarsi nella distanza temporale che separa i due adattamenti e nel differente retroterra culturale da cui provengono i registi. Lean è un inglese che legge un autore fondamentale della propria cultura, all’indomani della fine della II guerra mondiale; Cuarón è un messicano che legge un romanzo inglese per un pubblico hollywoodiano, a lui contemporaneo. Il primo proviene da quello che può definirsi un cinema “classico”, in cui l’adattamento equivale ad una risposta quanto più fedele all’originale, il secondo si situa in pieno postmodernismo cinematografico. Accade, dunque, ciò che Linda Hutcheon ha definito con il termine di “indigenization” (Hutcheon 2006: 148). I testi narrativi, come nel processo di adattamento genetico degli organismi biologici, hanno bisogno, infatti, di trasformarsi, adattandosi alle mutate condizioni d’ambiente culturale e temporale (Ibid.: 31).

Continua su: Between vol. 2, N°4 L'adattamento: le trasformazioni delle storie nei passaggi di codice
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